Home Sezione poster
31 | 07 | 2010
Sezione poster PDF Print

L’esposizione dei poster avrà luogo venerdì 17 ottobre, ore 18.30 presso i locali della Officina di Studi Medievali.

Si riportano di seguito gli abstract degli interventi.    

ABSTRACT:

Valentina Amico, Aspetto e Azione nell’antico alto tedesco della traduzione dell'Harmonia Evangeliorum di Taziano. Un confronto col gotico

Alcuni studiosi (Ravera & Bertinetto 1998/99: 6, Dolfini 1966: 62, Raven 1958: 65, Senn 1949: 407, Mansion 1932: 46-7) concordano nel sostenere l’ipotesi secondo cui, come in gotico, anche in antico alto tedesco l’opposizione perfettivo vs imperfettivo sarebbe affidata al contrasto tra forme prefissate con *ga- (a.a.t. gi-/ge-) e forme semplici, cioè non prefissate. Il presente lavoro costituisce un tentativo di applicazione all’antico alto tedesco di un modello di analisi formale che, come quello proposto per la lingua gotica in Amico 2006, tenga ben distinte le due nozioni di Aspetto e Aktionsart. Si proverà quindi a classificare i verbi presenti nella traduzione dell’Harmonia Evangeliorum di Taziano (Fulda, 830) a partire dalle quattro classi verbali individuate da Vendler (1967) per verificare le condizioni che regolano la distribuzione del prefisso perfettivo gi-, evidenziando eventuali analogie e differenze fra il gotico e l’antico alto tedesco. Da una prima analisi del corpus emerge che anche in quest’ultima lingua, come in gotico, la selezione del prefisso gi- appare ancora fortemente condizionata dalla naturale interrelazione che sussiste fra azione telica e aspetto perfettivo da una parte e azione atelica e aspetto imperfettivo dall’altra. Risulta, infatti, che soltanto i verbi risultativi, i puntuali graduali e alcuni continuativi presentano la marca perfettiva gi-. Tutti i verbi stativi, puntuali forti e molti continuativi, invece, non occorrono mai con tale prefisso. L’antico alto tedesco presenterebbe, dunque, un sistema aspettuale ancora simile a quello del gotico in cui il processo di associazione degli aspetti perfettivo e imperfettivo a tutte le Aktiosarten [±tel] [±dur] [±din] non si è ancora compiuto e probabilmente non si sarebbe mai compiuto visto che nelle fonti più tarde (Notker) l'uso sempre più prevalente di forme perifrastiche “ausiliare+Participio Perfetto” (dovuto forse all’influenza latina) che sostituiscono il tipo “ga+Preterito” (in Taziano molto rare e in forma non completamente grammaticalizzata, in Otfried più frequenti) testimonierebbe un progressivo stabilizzarsi della significazione grammaticale del tempo a scapito della significazione aspettuale.  

Cristina Bertoncin, L'evidenzialità in basco

L’evidenzialità esprime il tipo e il grado di conoscenza che un parlante possiede dell’informazione contenuta in una data frase. Tale nozione è generalmente suddivisa in due sottocategorie linguistiche, direct evidence e indirect evidence. Recentemente Aikhenvald (2004, in press) ha individuato dei prototipi situazionali in base a cui le lingue possono essere suddivise a seconda del numero di marcatori evidenziali in grado di esprimere le diverse situazioni delineate. I tipi situazionali da lei rintracciati sono visual e sensory (direct evidence), inference, assumption, reported e quotative (indirect evidence). Il basco presenta grammaticalizzazione della seconda sottocategoria: nella lingua standard e in alcune varietà dialettali esistono infatti forme verbali (futuro, potenziale) e, soprattutto, morfemi verbali (-ke) e particelle (omen “si dice”, bide “apparentemente”) in grado di esprimere indirect evidence. Seguendo l’analisi tipologica di Aikhenvald verranno analizzati tali elementi evidenziali presenti in basco, e si proverà a delimitarne lo spazio semantico alla luce di dati (ancora provvisori) provenienti da un questionario sottoposto a bascofoni; si tenterà poi di rintracciare il percorso diacronico di alcuni di tali marcatori evidenziali attraverso l’analisi di certi testi, ipotizzando infine possibili interferenze con le lingue romanze e/o possibili sviluppi endogeni funzionali.

 Renata Briulotta, Scalarità vs. Discretezza. La definitezza nel greco omerico 

In questo lavoro si intende confermare l’ipotesi secondo cui la definitezza è una proprietà scalare, quindi continua, degli NPs. Tale ipotesi, sostenuta tra gli altri in Lombardi Vallauri (2004), Crocco Galèas (1998) e Chesterman (1991), contrasta con quella secondo cui la definitezza è una categoria discreta, sostenuta tra gli altri in Guardiano (2006), Longobardi (1994). La continuità di tale categoria trova conferma in numerosi esempi tratti da campioni di diverse lingue; gli esempi che saranno presentati in questo lavoro, in particolare, sono tratti dallo spoglio di sei libri dell’Iliade e di sei dell’Odissea. Si è preferito scegliere come corpus i poemi omerici perché il greco omerico rappresenta una fase di transizione da una lingua priva di articolo definito e dotata solo di pronomi e aggettivi dimostrativi, a una lingua in cui l’articolo definito ha ormai funzioni nettamente diversificate rispetto a quelle dei dimostrativi. Nel greco omerico si trovano due tipi di sovrapposizione fra dimostrativi e articoli definiti: a) lo stesso significante può fungere alternativamente da pronome e da articolo; b) lo stesso significante è contemporaneamente un dimostrativo con valore deittico incerto e un articolo che definisce il referente.Le sovrapposizioni fra dimostrativi e articoli definiti consentono di cogliere appieno lo slittamento semantico del significante ho, hē, to che da pronome deittico, attraverso la presupposizione dell’identificabilità del referente da parte dell’emittente (aedo o scrittore) e del ricevente (pubblico o lettore), perviene all’univocità della referenza e quindi alla definitezza. La definitezza viene definita alternativamente come proprietà di natura sintattica, logico-semantica, pragmatico-discorsiva, cognitiva. I poemi omerici, come è ben noto, sono trascrizioni di narrazioni orali, quindi la lingua in essi utilizzata è da intendere più come parlata che come scritta; per questo motivo nel presente lavoro si adotterà di preferenza l’approccio pragmatico-discorsivo. In base a tale approccio, l’identificazione del referente all’interno di un insieme condiviso da due interlocutori è frutto della presupposizione, da parte dell’emittente del messaggio, del fatto che il ricevente sia in grado di effettuare tale identificazione all’interno dell’insieme condiviso e quindi di considerare il nome come dato e familiare. Nel greco omerico appare sussistere un rapporto diretto fra grado di definitezza e grado di evidenza della presupposizione: più la presupposizione è evidente, più il valore deittico di ho, hē, to trapassa nell’identificabilità univoca in assenza di deissi, e quindi nella definitezza. Nonostante la natura del corpus analizzato, in esso non mancano esempi in cui la definitezza manifesta dei tratti più compatibili con approcci diversi da quello pragmatico-discorsivo. Questa circostanza appare dare sostegno all’ipotesi per cui nessuno degli approcci sopra menzionati riesce a descrivere in modo esaustivo tutte le carateristiche associabili alla definitezza. La definitezza non sembra avere una natura univoca e appare di volta in volta, e in base ai livelli di analisi prescelti, una categoria di natura sia sintattica, sia logico-semantica, sia pragmatico-discorsiva, sia cognitiva. 

Loredana Coccia, Il dioscurismo indoeuropeo: proposta di comparazione culturale. 

Il punto di partenza di questa indagine è rappresentato dalla considerazione di un tratto comune a numerose mitologie indoeuropee: i gemelli divini (i vedici Aśvin, i greci DiÒskouroi , i romani Rōmŭlus e Rĕmus, i nordici Freyr e Freyja , i lettoni Dieva dêļi, i lituani Dievo suneliai). Sebbene arricchitosi e diversificatosi nei secoli e nelle diverse aree di diffusione, il mito dei gemelli divini conserva numerose caratteristiche comuni che ci permettono di identificare una origine indoeuropea: uguali competenze, qualità, ruoli, funzioni, epiteti. Sulla base di questi dati, si intendono chiarire alcuni interrogativi: in particolare, perché tale mito sia così pervasivo, quali siano le sue caratteristiche e le sue funzioni tra gli indoeuropei, se la coppia adombri un’identità e/o una polarità e che cosa ciò rappresenti. Un’analisi dei gemelli divini nelle tradizioni indoeuropee deve, inoltre, tener conto di tre componenti essenziali: elementi locali, modello indoeuropeo e costanti universali. Un tratto “universale” è l’attribuzione ai gemelli di una doppia paternità, divina e umana, che ne giustifica la “non normalità”. Molte culture, anche indoeuropee con puntuali corrispondenze etimologiche, guardano i gemelli divini come a “Figli del dio Cielo” (*Dyēws), probabilmente in relazione al potere sugli agenti meteorologici da cui la fertilità della terra dipende. È stato inoltre possibile osservare come l’onomastica gemellare segua schemi fissi, basati su notazioni collettive, duali e plurali. Si è poi approfondita l’analisi di nomi ed epiteti dei gemelli indoeuropei, ed è stata rilevata una corrispondenza etimologica e di significato. Una volta analizzati gli elementi “universali” del “Dioscurismo Indoeuropeo”, si è tentato di individuare i caratteri specifici, unicamente indoeuropei, dei gemelli divini, tramite un’indagine del modo in cui il modello universale è stato adattato alle esigenze e alla cultura degli indoeuropei. Numerosi si rivelano gli indizi sulla funzione cosmica dei gemelli divini indoeuropei: cavalli/cavalieri; giovani “splendenti”, portatori di luce, luci nel cielo; formano un trio con l’aurora, che conducono durante il giorno su uno stesso percorso e salvano dai pericoli; salvatori del sole. Da questi dati si possono trarre diverse ragionevoli conclusioni: 1. I gemelli potrebbero essere i cavalli da tiro del carro del sole, poi antropomorfizzati. 2. Essi scandiscono il ciclo diurno, il percorso del sole nel cielo durante il giorno. 3. Essi sono i salvatori del Sole, dal mare o dall’oscurità nella quale tramonta/annega, o si nasconde, ogni notte, come ogni inverno. I gemelli divini assolverebbero, così, un ruolo fondamentale per gli uomini, scandendo, cioè, il loro trascorrere del tempo, il giorno e l’anno. La terza fase del lavoro ha riguardato l’individuazione delle possibili differenze percepibili tra i due gemelli: epiteti, paternità, ruoli e funzioni separate, per capire che cosa la dualità possa simboleggiare. I dati analizzati sembrano distinguere un gemello celeste, pacifico, legato alla terza funzione, da un gemello terrestre, possente e collerico, legato alla seconda funzione (che si esprime a sua volta nell’attività guerriera, sia di difesa che di espansione).

Rosario Compagno, Morfologia ergativa delle forme finite sumere. 

La trattazione classica di Michalowski (1980) sull’ergatività in Sumero e sulla sua modalità di marcatura superficiale dei costituenti sintattici principali (A, S, O) nelle forme verbali finite è molto elegante. Siffatto schema avvicinerebbe in qualche modo tipologicamente il Sumero alla lingua Chol, una lingua Maya con ergatività scissa, governata dall’aspetto, a carico degli affissi verbali di cross-reference.Tale visione viene sostanzialmente accolta anche da Attinger (1993) ma questo pattern di split-ergativity sembra non funzionare nei soli termini della regola che si vuole generalizzata. Con questo poster mi propongo di mostrare come, applicato lo schema di Michalowski agli affissi di accordo verbale del Sumero –secondo il modo in cui vengono descritti accordarsi per genere e numero ai costituenti sintattici, e distribuirsi nella catena verbale, nella reference grammar di Thomsen (1984)– si finisce per non rendere conto di fatti di lingua (lo stesso Michalowski cita da E. Sapir «All grammars leak», come esergo al proprio articolo).In caso di A con verbo perfettivo, la regola vorrebbe che i prefissi di  accordo a A colmassero lo slot deputato, nella catena verbale, in posizione immediatamente preradicale (radice verbale). Di fatto, con A di numero plurale, viene colmato anche lo slot dei suffissi postradicali, con una compresenza di prefisso e suffisso verbali di accordo a A.   A ulteriore deroga alla regola, con la prima persona singolare e plurale di A sempre in presenza di aspetto verbale perfettivo, lo slot preradicale (“previsto” per A) può essere colmato anche da un prefisso di accordo a O, cosa ugualmente inattesa per lo schema Michalowskiano.Una direzione di ricerca a fini esplicativi potrebbe contemplare una qualche sensibilità della lingua sumera, e di alcuni suoi verbi in particolare, alla categoria del numero degli argomenti. In Sumero, ad esempio, esistono infatti “verbi plurali” che presentano una forma suppletiva in caso di presenza di caso assolutivo di numero plurale, fenomeno interlinguisticamente riscontrabile (Dixon 1994). Il contenuto semantico di tali verbi comporterebbe parallelismo con altre lingue, chiaramente non imparentate (Michalowski 2004).

Francesca Di Garbo, Polisemia, Mappature Semantiche e Tratti di Genere: il caso di scortum.

Il nome latino scortum, appartenente alla sottoclasse in -um della macroclasse flessiva cosiddetta di seconda declinazione, si caratterizza per una duplice referenza semantica: 1) 'pelle', 'cuoio', 2) 'sgualdrina', 'puttana'. Tra le due accezioni sussiste una relazione di tipo asimmetrico: la prima, per così dire basica, non-marcata, è etimologicamente connessa alla radice *sker- 'tagliare' nella sua versione ampliata in dentale che risulta attestata, con lo stesso significato, anche in altre lingue indoeuropee (cfr. aat. herdo,'vello' e ags. heorða 'pelle'); la seconda è l'esito di un processo di estensione semantica la cui mappatura e le cui eventuali relazioni di contiguità con il dominio referenziale di default saranno oggetto di studio di questa presentazione. Lo spoglio preliminare dei repertori etimologici ha consentito di recuperare le tradizionali ricostruzioni dei commentatori antichi in merito al significato 'traslato' di scortum. Tra queste testimonianze indirette, particolarmente interessanti risultano quelle che lo riconducono all'immagine del coitus: la violenza dell'amplesso è tale che il ventre della meretrix, battuto come una pelle da concia, diventa a questa assimilabile e, per una qualche relazione di 'contiguità', l'intero corpo e dunque la persona di lei vengono identificate da questa associazione.Il processo di slittamento semantico sarebbe articolato in tre fasi:1. il ventre (ventre) della meretrix è COME il cuoio (scortum)2. il venter della meretrix È la meretrix3. la meretrix È scortum Potrebbe trattarsi di uno schema di mutamento metonimico (cfr. 2. e 3) basato sul riconoscimento iniziale di una relazione di similarità tra due domini differenti (cfr. 1). Il seguito della presentazione sarà dunque dedicato all’analisi del fenomeno alla luce della più recente letteratura sul continuum metafora/metonimia e sulla sua incidenza nella variazione linguistica. Partendo dal riscontro di alcune attestazioni significative, si passerà alla verifica della pervasività del valore metonimico di scortum che, al suo livello più alto, cioè di corrispondenza tra forma e significato, dovrebbe manifestarsi in uno slittamento del genere grammaticale dell'entrata lessicale (dal neutro al femminile). Saranno prese in considerazione le occorrenze contestuali più sensibili a questo scopo, esemplificative cioè di fenomeni di accordo, il dominio grammaticale in cui abbastanza tipicamente si manifesta l'afferenza di un nome ad una classe di genere. I dati raccolti verranno infine messi in relazione con la formulazione classica della Gerarchia di Accordo secondo Corbett 1991 e 2006: Attributive < Predicative < Relative Pronoun < Personal Pronoun, che descrive, partendo da destra, il passaggio da soluzioni di accordo di tipo grammaticale a soluzioni di accordo di natura semantica.

Maria Laura Pierucci, “Non va da sé che la scrittura serva per comunicare”. Esempi dal linguaggio giurisdizionale italiano e spagnolo a contrasto

Oggetto del presente poster, in cui proponiamo un prospetto riassuntivo di riflessioni sorte nell’ambito di una più ampia ricerca sul linguaggio giuridico, è l’analisi comparata di due recenti pronunce della giurisprudenza costituzionale italiana e spagnola.Tale scelta si motiva sulla scia di considerazioni come le seguenti: “il linguaggio della Corte costituzionale [tanto in Italia quanto in Spagna, aggiungiamo] non ha meritato sino ad oggi il fervore di studi riservato agli altri comprimari della scena giuridica. Com’è noto, il metalinguaggio dei giuristi alimenta da tempo meditazioni e indagini svolte in sede di teoria del diritto [...] Decisamente più fiacco è invece l’interesse suscitato dal linguaggio dell’organo della giustizia costituzionale: eppure la Corte rappresenta senza dubbio un punto di osservazione privilegiato per comprendere le dinamiche dell’ordinamento, dato che la sua posizione istituzionale ne fa una sorta di crocevia in prossimità del quale i linguaggi della costituzione e della legge competono reciprocamente, ed entrambi poi con la jurisprudence” (Ainis 1996: 110-111).Per quanto, almeno sotto il profilo formale, i prodotti testuali dei vari organi giurisdizionali, sia italiani sia spagnoli, appaiano più come variazioni di un unico modello che come l’espressione di schemi differenti, e nella consapevolezza che i caratteri fondamentali che concorrono a definire il testo ‘sentenza’ possono dirsi comuni anche ai vari tipi prodotti dai differenti gradi di giudizio, poiché quelli trascendono di gran lunga gli aspetti differenziali, riteniamo che questo specifico settore della testualità giuridica meriti un interesse particolare riferito al dato oggettivamente rilevabile in base al quale “desde hace tiempo se registra un notable crecimiento cuantitativo y cualitativo en las motivaciones de las sentencias constitucionales” (Pegararo/Damiani 1999: 209).Intendiamo, pertanto, delineare quei tratti – tanto macro- quanto microstrutturali – che contribuiscono in maniera determinante a contraddistinguere il judicial language quale genere o tipologia testuale a sé stante.

Simone Pisano, Uno sguardo alla morfonologia di alcune parlate sarde. Esiti fonosintattici e desinenze  verbali: verso la confluenza delle desinenze di seconda e terza singolare  -S e -T? 

L’analisi compiuta sulla morfologia verbale di alcune varietà sarde moderne consente di compiere alcune riflessioni riguardo a una serie di fenomeni morfonologici piuttosto interessanti che riguardano sia le parlate campidanesi (tipiche del sud dell’isola) sia alcuni dialetti del Logudoro nord occidentale (nord-ovest della Sardegna).In queste varietà i fenomeni di fonosintassi sembrano portare alla coincidenza delle desinenze di seconda e terza persona singolare a causa della generalizzazione del rafforzamento fonosintattico indipendentemente dalla natura (sorda o sonora) della consonante che segue le desinenze  terminanti in /-s/ (seconda singolare e prima e seconda plurale) e in /-t/ (riscontrabile nella terza persona singolare).Mentre nelle parlate logudoresi nord-occidentali, tuttavia, una /-s/ finale innesca sempre rafforzamento fonosintattico, in quelle campidanesi questo è bloccato in alcuni, particolari contesti sintagmatici che l’intervento si propone di evidenziare.

Francesco Rovai, Considerazioni sull’onomastica femminile in latino 

Il contributo offerto intende riesaminare alcune questioni poste dall’antroponimia latina alla luce dei risultati della sociolinguistica contemporanea, che individuano nel sesso del parlante un fattore rilevante nella variazione linguistica (Hudson 1996; Labov 2001).A partire da un confronto fra l’onomastica maschile e quella femminile condotto su fonti epigrafiche e letterarie, è infatti emerso che, a parità di variabili diacroniche e diatopiche, i nomina femminili recepiscono forse prima e comunque in percentuale più elevata alcuni mutamenti fonetici variamente connotati in termini di prestigio: in alcuni casi, si tratta di fenomeni tipici della lingua parlata (sincopi: Licinius ~ Licnia; chiusura del dittongo -au-: Caucius ~ Cocia), in altri, di innovazioni in seguito accolte anche nella lingua scritta (dw- > b-: Duilius ~ Bilia, così come duonoro > bonorum, duellum > bellum, ecc…).Cercheremo di vedere se e fino a che punto tali risultati siano conciliabili con le interpretazioni proposte in Hudson 1996 (“sex/prestige pattern”) ed in Labov 2001 (“gender paradox”).
 
Universit degli Studi di Palermo Officina studi medievali Dottorato di linguistica sincronica e diacronica